I "Casun" sono modeste costruzioni
dell'arte contadina sparsi per la campagna, un tempo fatti
per alloggiare il bestiame e il foraggio. Essi venivano costruiti
in pietra e calce cotta sul posto dagli stessi muratori e
avevano il tetto ricoperto di paglia.
Essi sono i resti di un patrimonio che
non abbiamo saputo o potuto conservare e irrimediabilmente
abbiamo perso insieme a quei valori che oggi più nessuno
riconosce.
Davanti a questi ruderi la mia fantasia galoppa. Essi mi parlano
della nostra gioventù, dei nostri papà e delle
nostre mamme, dei giorni di dura fatica, ma anche di ore liete.
Rivedo la piazzetta davanti al Casone trasformata in aia ben
levigata di "bazza" (sterco di mucca essiccato)
e risento lo schioccare cadenzato delle "vercighe"
(verghe snodate) che battono il grano. Sembra una musica.
Rivedo i brevi riposi all'ombra del grande albero, dopo tanta
fatica, l'allegria dei bambini che giocano a nascondino attorno
al Casone, ascolto la scampanellare dei sonagli delle mucche
quando alla sera tornano dai pascoli in paese, e il vociare
della gente che si confonde con l'ultimo rintocco dell'Ave
Maria.
Ora attorno a me c'è un grande silenzio e in me una
grande rassegnazione. La nostra generazione è l'ultima
tenutaria di quella cultura contadina creata con forza per
la sopravvivenza.
Tale civiltà verrà sepolta insieme a noi con
tutto il resto delle cose che abbiamo conosciuto e tristemente
abbandonate all'oblio.
Caterina Ferretti
(Questo articolo è stato tratto dal N° 9 del 28/02/02
del settimanale "La Trebbia")
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