Lasciata la SS 45, iniziai a salire verso
Casanova, immergendomi in uno splendido scenario boschivo
invernale. I piccoli rivoli d'acqua, solitamente chiacchierini,
che spuntano nel bosco, tra i tronchi secchi e i cespugli
di rovi, propri della stagione autunnale, apparivano ora muti
ed immobili in curiose sculture di ghiaccio. Ai bordi della
carreggiata mi erano di compagnia uccellini saltellanti, all'affannosa
ricerca di un'improbabile cena.
La vecchia e generosa "Golf" macinava sicura le
restanti curve che mi separavano dal paese.
Eccomi giunto alla spianata del Camposanto, spartiacque visiva
di due incomparabili panorami: da un lato verso il basso
Fontanigorda,
mi appariva come un'omogenea massa bianca, avvolta dalla foschia
protettiva della sera imminente, la cui presenza umana era
evidente dai fumanti comignoli: dall'altro versante, la suggestiva
e silente visione di Casanova, coperta di neve.
Una coltre intonsa copriva il minuscolo Cimitero, posto ai
margini del paese. Entrai e mi sentii immediatamente avvolto
da un maestoso, vivo silenzio tale da esprimere una preghiera
serena, pulita, scevra da richieste troppo spesso inutili.
Per qualche minuto conobbi l'essenzialità della vera
preghiera.
Davanti alla zia Dovina, di cui il 15 maggio 2001 ricorreva
il primo anniversario della sua vita ultraterrena, dopo aver
vissuto con serenità i suoi 103 anni e 4 giorni, mi
venne in mente Suor Felicina, missionaria in Kenya, che nel
suo testamento spirituale scriveva così sul mistero
della morte: "Ci aiuta a camminare alla luce di Dio,
ci ricorda chi siamo" e "Soprattutto ci introduce
nella vita vera" come asseriva Papa Giovanni XXIII.
Uscii, pensando all'impalpabile linea demarcante il mondo
dei vivi da quello dei morti consapevole che su quel reale
segmento, provo a recitare ogni istante la mia umana esistenziale
commedia!
Scesi lentamente verso il centro del paese per gustare il
più possibile ogni metro del paesaggio, attorniato
dalla corona dei suoi monti: la Ripa, Montelupo, Roccabruna
e reso ancor più affascinante dalla copiosa nevicata.
Attraversai la via principale di Casanova quando si accesero
le prime luci e le finestre illuminate segnalavano i suoi
pochi
fortunati abitanti.
Mi fermai un momento davanti alla
Parrocchiale
di San Pietro, scrigno di pregevoli opere d'arte, frutto
di fede, amore e caparbia onestà, costate chissà
quanto sudore e fatica al popolo contadino di un tempo e di
cui è importante, soprattutto oggi, difenderne e conservarne
la memoria.
Osservai il robusto campanile, il cui richiamo gioioso o triste,
si perde nella notte dei tempi passati, ma ancora fa guardia
della sua comunità, e l'antico capitello, all'inizio
del sentiero che porta al borgo di Racosta. Là in estate
si può dissetare il corpo e lo spirito ad una bella
fontana ricca di acqua fresca e purissima.
Un fugace pensiero corse a Don Nicola, sapiente pastore d'anime,
credibile testimone di Cristo, la cui bontà d'animo
e carità cristiana scaturiscono ad ogni sua parola:
dono del Signore alla gente di Casanova.
Giunto quasi al termine del mio casuale tour, misto di interiorità
ed esteriorità, attraverso questa gemma dell'
Alta
Val Trebbia, salii al Poggio dell'Orso, residenza della
zia Dovina.
Lassù, a sera ormai fatta, i rarissimi e lontani rumori
naturali, ovattati dalla neve, consentivano di estraniarsi,
ancora per un poco, dalla quotidiana realtà.
Bastava affinare l'udito, stare fermi in ascolto e, nel sottile
soffio della brezza serale, sotto il cielo popolato da minute
lucenti stelle, la presenza dell'anima libera e gioiosa della
zia Dovina, trasparente come i suoi occhi azzurri, era reale...forse
in quel piccolo chiarore sopra un'immacolata chiazza di neve,
oppure...in quell'impercettibile e lontano tintinnio di una
campanella...
Gianni Pomata
(Questo articolo è stato tratto dal N° 19 del 17/05/01
del settimanale "La Trebbia")
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