| Le mascherate |
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| Val Trebbia di ieri - Il carnevale nelle Quattro Province | ||||||
| Scritto da Paolo Ferrari | ||||||
| Mercoledì 02 Marzo 2011 06:41 | ||||||
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Anche nell'area delle Quattro Province, come in molte altre località, nel periodo di carnevale aveva luogo la "mascherata", intesa come una sorta di "recita", una forma dì "drammaturgia popolare" che poteva configurarsi talvolta in modalità solenni e drammatiche o, più frequentemente, assumere i caratteri farseschi conformi allo spirito carnevalesco.
Remo Sorlino ci ha raccontato di una mascherata svoltasi a Vigo, in val Borbera, nella prima metà degli anni Trenta del secolo scorso. La mascherata era chiamata "Il bovo" (nome di cui non siamo riusciti a chiarire il senso) e il signor Sorlino ricorda la partecipazione di maschere di carabinieri e di una regina, e la simulazione alquanto realistica di combattimenti con sciabole di legno che, a quanto riferito, lasciavano tracce di sangue vero. Secondo il signor Sorlino si trattò della "più bella mascherata mai eseguita in val Borbera" e fece scalpore in tutti i paesi. Anche in questo caso esisteva un canovaccio, oggi, a quanto sembra, scomparso.
A Gremiasco, nella bassa val Curone, i ragazzi organizzavano scenette con dialoghi comici e parodistici, ad esempio sul matrimonio (la cui parodizzazione è tema carnevalesco costante), e facevano il giro delle case arrivando anche in canonica, accolti con grande affabilità dal parroco monsignor Bassi, cui dobbiamo questa informazione. Piccole sceneggiate venivano eseguite dai gruppi di maschere che giravano le case e le vie del paese ai Casoni di Fontanigorda. Ettore Ratto, di Dova Superiore, ricorda di aver assistito a due mascherate di questo tipo alla fine degli anni Trenta, ma riferisce che ad inscenarle non era gente di Dova, ma proveniente da altri paesi, Piuzzo o Vallenzona. L'arrivo del gruppo dei mascui che avrebbe dato vita alla mascherata era annunciato dal suono di un corno di mucca o caprone, lo stesso utilizzato per radunare le capre quando le si portava al pascolo o gli uomini che si trovavano per svolgere i lavori comunitari di manutenzione delle mulattiere o delle fontane. La mascherata veniva eseguita anche da gruppi di Dova Superiore, i quali, a seconda della durata della rappresentazione, andavano poi a far visita anche ad altri paesi vicini, come Dova Inferiore o Cerendero. Ad essa, secondo quanto riferisce Ettore Ratto, prendevano parte sia ragazzi che "uomini di sessant'anni". La mascherata era seguita da una seconda scena denominata farsa che ha tutte le caratteristiche di quegli episodi tipici dei carnevali tradizionali nei quali viene parodizzato un lavoro. Nella scena ricordata da Ettore Ratto la rappresentazione di un lavoro in chiave grottesca sfocia nella diffusissima simulazione di una malattia con guarigione paradossale da parte di un caricaturale medico. Vi troviamo traccia del concetto bachtiniano di "basso corporeo" e del tema liberatorio e rigenerante della guarigione-resurrezione di una figura satura di ventosità quale il medioevale Re di carnevale. Intorno ai figuranti impegnati nella recita c'erano, come si è detto, arcaiche figure vestite di pelli di capra e cariche dì campanacci, che chiedevano le uova o davano da bere. Ratto ricorda anche maschere che portavano cappelli larghi con liste di carta che pendevano. Reminiscenze degli "arlecchini" presenti ancora oggi al carnevale di Cegni? Al ballo con le inquietanti figure mascherate prendevano parte volentieri le giovani del paese, sfidando le condanne del parrocco che a Dova sembra fosse particolarmente avverso ai festeggiamenti carnevaleschi. Il rapporto tra il rappresentante del clero e le varie forme di festività popolare poteva oscillare da un atteggiamento di complice tolleranza alla più recisa condanna. Come si è detto, la maschera del prete finiva spesso per divenire protagonista di una rappresentazione carnevalesca dagli accenti sicuramente parodistici, ma non necessariamente dissacranti nel senso più proprio del termine. Il carnevale tradizionale, infatti, nella sua logica di abbassamento di tutto ciò che è solenne e distante dalla misura umana, assume i simboli del potere all'interno di una visione naturalistica, realistica e disincantata che nasce dalla più immediata esperienza umana: quella del popolo che si misura con i bisogni della quotidianità e ad essi riduce ogni forma dì enfasi e prestìgio carismatico. Questo "abbassamento" - per usare la già evocata categoria bachtiniana — non è però un movimento di negazione dì valore, ma al contrario porta in evidenza gli elementi vitali terragni, dai quali scaturisce la fertilità che è condizione e fondamento dell'esistenza naturale e culturale dell'uomo contadino.
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