Il carnevale nelle Quattro Province

Ballo della povera donna

Le valli delle Quattro Province, tra Scrivia e Trebbia (con la convalle dell'Aveto e la limitrofa val Nure), sono aree bruli­canti di modalità rituali carnevalesche, a volte tra loro affini, a volte assai diverse, quasi sempre riconducibili a modelli propri dei carnevali più arcaici, oggi ancora vivi, per quanto riguarda il Nord Italia, solamente in quell'altro grande "conservatorio" montano di tradizioni che è l'arco alpino.
Numerose le affinità, si è detto, ma varie anche le differenze, e poderosi gli interrogativi che esse pongono. Se la letteratura sul carnevale è vasta, essa è per lo più documentaria o basata su tentativi di interpretazione simbolica. Raramente incontriamo la domanda sulle origini storiche e il perché della diffusione di talune pratiche rituali affini in luoghi tanto lontani gli uni dagli altri.
Anche nella pur circoscritta area delle Quattro Provìnce, le modalità di ritualizzazione del carnevale variano non poco, ad esempio dal rito altamente formalizzato di Cegni in val Staffora ai più diffusi travestimenti con abiti vecchi e laceri, più semplici ma non per questo meno significativi; dalle mascherate di Dova in val Borbera e del Brallo, derivate forse da modelli cittadini o semi-colti, alle più arcaiche e agresti maschere dell'orso, del "selvatico", che rimandano a riti primordiali, e sconfinano talvolta in quella del diavolo, a sua volta forse originata dalle dìableries medioevali.
La dialettica tra cultura e natura è uno dei temi centrali del carnevale, una delle sue molteplici chiavi di lettura.
Essa si esplica nei confronti o nelle contrapposizioni tra maschere "belle" e maschere "brutte", nella fuga e cattura di una maschera animale o di un "selvatico", o di una sposa inselvatichita e riottosa, e forse anche nei fuochi che illuminano le tenebre dell'indifferenziato, simboleggiando l'affermarsi dell'ordine luminoso della comunità unita (e al contempo rivale, ma anche questo è "cultura") intorno al falò ardente, come lo era stata, il giorno precedente, nell'impresa di erigerlo.
Sopravvissuto agli strali della Chiesa e al disprezzo dei vari (e presunti) razionalismi di turno, il carnevale ha perso terreno in maniera drammatica con l'estinzione della civiltà contadina tradizionale, nel mondo dominato dai modelli omologanti della società dello spettacolo.
Intorno agli anni Sessanta, in corrispondenza del grande spopolamento che ha disgregato il tessuto comunitario dei paesi e delle valli, si consuma la grande crisi della cultura tradizionale contadina e, dì conseguenza, del carnevale, che di quella cultura era l'anima più intima. Nei paesi delle medie valli, come a Menconìco in val Staffora, si svolgono ancora carnevali molto partecipati, che ripropongono in forma "motorizzata" l'itinerare per frazioni delle maschere di un tempo. In essi ritroviamo in parte quello spirito conviviale delle feste tradizionali del mondo montanaro, ma gli antichi simboli ed atti carnevaleschi affiorano a stento dal confuso magma immaginale che riproduce passivamente i modelli della sottocultura televisiva. Ma soprattutto è "lo spirito" che è venuto a mancare, e quel sapere drammaturgico popolare che l'avvento dell'età dello spettacolo perenne ha svilito in mortificanti caricature mediatiche.
Il carnevale ha perso la sua "santità" di festa attesa più d'ogni altra "perché allora ci si accontentava di poco". Quello che ai testimoni di quell'epoca così remota, eppure così vicina, appare quasi un'inezia a fronte della spettacolare e onnipervasiva presenza del moderno divertimento, a noi sembra invece il mito di un'età antica.
Ciò che accomuna la loro percezione alla nostra è la grande nostalgia per quel tempo, quando carnevale ogni anno tornava a vìvere e a morire per insegnare la grande verità contadina dell'eterna circolarità dì mondo e stagioni.
Però a noi piace pensarlo ancora vivo, o morto solo di quella sua morte illusoria, ciclicamente sconfitta, che è la grande intuizione della cultura contadina contrapposta alla linearità escatologica delle dottrine ecclesiastiche e di tutti i finalismi positivistici che alimentano i moderni miti di sviluppo più o meno "sostenibile". E ci piace pensarlo per come lo abbiamo visto e vissuto, nelle trame di convivialità e nel rinnovato mistero del ballo della Povera donna di Cegnì, nell'andare vagabondo delle maschere della val Curone e nell'entusiasmo originario dell'anziano albergatore di Salogni, nella forza remota che ancora muove i giovani della val d'Aveto ad indossare le arcane maschere del magnano, del selvatico e del diavolo, del vecchio e della vecchia.
E pensarlo, ancora, in tutte quelle manifestazioni di spirito carnevalesco, sovvertitore dei formalismi illusori del reale, che non abbiamo saputo o potuto raccogliere in questa nostra ricerca, ma che altri, dopo di noi, speriamo rechino alla luce, magari contribuendo a risvegliarne la sopita vitalità.  

Paolo Ferrari

(Brano tratto da "Chi nasce mulo bisogna che tira calci" di Paolo Ferrari, Claudio Gnoli, Zulema Negro, Fabio Paveto)

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1 Il falò Paolo Ferrari 2547
2 Le maschere e la questua Paolo Ferrari 2364
3 Le mascherate Paolo Ferrari 1935
4 Il ballo della Povera donna Paolo Ferrari 2417
5 Il carnevale di Cegni Paolo Ferrari 2062
 

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