orme non solo in senso figurato, ma anche
fisico.
Una prima breve passeggiata si può compiere da Loco
di Sotto alle Ghiaie, il piccolo parco-giochi del paese, attrezzato
anche per attività sportive, sulla sponda sinistra
della
Trebbia, di fronte alla confluenza
di questo fiume con il torrente Pescia. E' questo il percorso
che Caproni solitamente compiva al mattino, leggendo un libro
o il giornale, acquistato presso il bar del signor Ferruccio
Poggi: un cammino facile e distensivo, dapprima pianeggiante,
che permette appunto di non prestare eccessiva attenzione
a dove si mettono i piedi. Il poeta giungeva alle Ghiaie verso
le dieci, s'accomodava sopra una panca, appoggiava il giornale
sopra a un tavolaccio all'ombra dei grandi tigli o
sub
tegmine faggi (proprio qui sorge uno degli esemplari
più belli di faggio della valle) e infine, tornava
verso casa per l'ora di pranzo. In tasca solitamente teneva
un bloc-notes e una penna pronti per l'uso. La mattinata estiva
del Caproni villeggiante trascorreva così in compagnia
della lettura. Alla rielaborazione poetica dedicava generalmente
le ore della sera e della notte, ma traeva ispirazione dalle
occasioni che gli offrivano il paesaggio e la natura. Le intenzioni
nascevano quindi "sul campo".
Un cammino di media lunghezza consisteva nel recarsi a Rovegno,
nella frazione Zerbo, dove abitava l'amico Virginio Barbieri,
spesso al lavoro nel suo orto, contiguo alla casa. Caproni
chiamava quel piccolo appezzamento di terreno "l'orto
della fraternità e della felicità". C'è
ancora la panchina dove si metteva a sedere, sorseggiava il
caffè o un bicchiere di vino e trascorreva momenti
di tranquillità. Alcune liriche sono state concepite
proprio qui. Una di queste è
Guardando un orto
di Liguria, dedicata agli amici Albino e Giulietta Barbieri
e inserita nella raccolta RES AMISSA, pubblicata postuma da
Garzanti nel 1991. La signora Giulietta, moglie di Albino
Barbieri, fratello di Virginio, la quale mi ha fornito la
varie notizie qui riportate, mi ha pure riferito, tra l'altro,
che il cognato, ormai scomparso, custodiva gelosamente qualche
copia di prima mano delle poesie nate nell'orto.
Infine l'escursione, che il poeta probabilmente sceglieva
quando non voleva vedere nessuno, che si può compiere
da Loco di Sotto muovendosi in direzione del Casone, dove
troviamo per l'appunto un cascinale e ampie radure. Di qui
il pedone può proseguire per il bosco della legnaia
sulla Costa della Surìa. La stradina, in stato di abbandono,
ormai poco o nulla praticata , conserva tuttora un suo fascino,
sebbene le fasce circostanti, lungo il primo tratto, siano
ormai da tempo coltivate a fieno e non più a cereali.
Questo sentiero romito, spesso incavato nel suolo e pietroso,
sembra rispecchiare perfettamente il carattere schivo e spigoloso
del poeta. Qui difficilmente incontri qualcuno e ti ritrovi
in balìa di te stesso, della tua finitezza, ma ti accorgi
ben presto che, come per incanto, il confine tra immaginario
e vero, tra possibile e certo si è fatto labile, quasi
che anche l'Assoluto preferisse abitare nell'ambiguità
e si servisse di quei prodigi che sono il cielo, il vento,
la luce, le ombre, le acque, gli alberi, immuni in questi
luoghi dai tentacoli dell'indagine scientifica, per sconvolgere
le carte dei tuoi schemi mentali di uomo del 2000. Sei costretto
per forza a lasciarti irretire dalla natura, che si presenta
come il regno degli opposti, capace di dissolvere nel sogno
la tua esperienza del reale e di farti cogliere nello stesso
tempo le pulsioni del tuo io più profondo, la tua stridente
eccezionalità di essere umano, catapultato senza tua
colpa o merito tra le boscaglie di un mondo, "terra di
nessuno", rovistata solo da qualche guardiacaccia e "franco
cacciatore" braccato, preda e predatore insieme.
La poesia diventa allora un giocare d'anticipo sugli eventi
nel regno degli opposti, scoprendo, al di là del regno
dove tutto è confuso e tortuoso, "il Regno dove
tutto è puro", già presente liricamente
nell'al di qua, quasi che l'enunciazione del Vangelo
"se
il granello di senape non muore, non dà frutto"
dovesse valere come monito e come viatico del poeta anzitutto
in questo posto nebbioso, assurdo, vuoto, che è la
vita.
Questo intende appunto il Caproni nella sua breve lirica
"Per
le spicce".
Dio stesso sembra quindi che possa essere
in qualche modo raggiunto soltanto attraverso la sua negazione,
la quale passa anzitutto attraverso la negazione di noi stessi.
Certo la lirica di Caproni, aggrovigliata, scarna, essenziale,
ma nello stesso tempo accattivante, non poteva sbocciare se
non in queste selve, in queste radure: momenti magici, occasioni
uniche, capaci di risolvere per un istante le contraddizioni
generate dal perenne conflitto tra la vita e il suo contrario,
tra il tempo e l'eternità.
Piero Campomenosi
(Questo articolo è stato tratto dal N° 23 del 13
Giugno 2002 del settimanale "La Trebbia")
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