Cerchi un amico? Sei una persona che sa
voler bene. Cerchi i soldi? Sei un affarista o, peggio, uno
spilorcio. Cerchi il frastuono e il chiasso? Perché
non riesci a stare solo con te stesso. Cerchi il silenzio?
Vuol dire che desideri essere persona per bene, pensare e
riflettere. Cerchi le persone che soffrono? Ritieniti fortunato,
perché dentro di te c'è l'ansia di far del bene
agli altri. E allora sei vicino al Vangelo.
Cerchi un prete? Vuol dire... tante cose. Pensieri, questi
e tanti altri simili, che affiorano d'estate, quando da alcune
parrocchie delle nostre vallate si alza quasi un 'grido' di
aiuto, un SOS. Quella comunità, in quel paese che per
nove mesi è vuoto, completamente vuoto, nei mesi estivi,
con il ritorno di tutti gli aborigeni non vuole, non può,
non deve restare senza prete. Almeno il sabato o la domenica.
"E' triste la domenica senza Messa" ci si sente
dire. "Sembra un giorno come gli altri" fa eco una
persona, come molte, alla ricerca di un prete. "Eppure
- si ribatte con una certa franchezza - da quel campanile
qui di fronte, tutti i giorni arriva fin qui il suono delle
campane, mentre noi... ci sentiamo dimenticati".
Sentimenti comprensibili e apprezzabili. Se si cerca un prete
significa che c'è fede, che c'è un fondo di
religiosità, che si vuole dare uno spazio di vitalità
all'anima e al cuore con la Messa festiva o prefestiva.
La città, diciamolo chiaramente, arrugginisce talvolta
i rapporti con gli altri e con Dio. Non c'è tempo o
non lo si vuol trovare. Se si lavora, la domenica diventa
giornata di casa, occupata magari a riposare, o per una scampagnata,
o per una visita a parenti e amici, magari in ospedale.
Finite per sempre quelle tonalità campagnole di un
tempo, quel colore diverso che assumevano le giornate festive.
Nelle nostre case povere del passato c'erano le scarpe della
festa e il vestito che il papa usava solo per andare a Messa.
Durava una vita. E il vestito bello del papa era quello del
matrimonio che la mamma teneva in serbo gelosamente per la
domenica e per i funerali. Tutto il resto era roba da lavoro,
pantaloni di fustagno o di tela, camicie a quadretti. Questo
in pianura, in riva al Po, ma non diversamente nei paesi di
montagna.
Il mio lettore si sarà certamente accorto che sto parlando
di Alpe e di Varni, quei paesi "lassù" vicini
alle stelle, che mi toccarono in sorte a 25 anni. Quei paesi
sono ancora là, arroccati alla montagna, un po' più
belli, forse, un po' più "cittadini", ma
sarebbe stato meglio mantenere ovunque quella patina di antichità,
e il colore e il gusto dei secoli passati.
I sassi parlano ancora agli uomini di oggi, le pietre testimoniano
ancora le fatiche immani dei montanari del passato. L'intonaco,
invece, non ha voce, è muto, anche se vezzeggiato con
colori sfumati o apparentemente caldi. L'intonaco ha coperto
la storia, tutta una storia di uomini e di donne e di famiglie
sovraccariche di figli e di nipoti.. .braccia da lavoro il
più possibile per sopravvivere.
Un certo movimento politico un secolo e mezzo fa questi poveri,
(anche se il pensiero andava soprattutto agli operai nelle
fabbriche) li aveva chiamati "proletari", uomini
che disponevano delle braccia per lavorare e che a casa avevano
nidiate di figli (prole) da sfamare.
Quando capito lassù d'estate non posso non immergermi
in queste riflessioni. Dentro quei sassi "vi romba la
storia dei secoli", per usare un'espressione a me molto
cara di un mio prof. dei tempi lontani.
E vi capito volentieri perché rivedo e ripenso e rivisito
tutto un mondo che, pur molto cambiato, ha le sue radici profonde
in questo spaccato di storia di poveri. E mi sento uno di
loro.
Poi la gente arriva a gruppi giù dalla mulattiera e
sul piazzale fanno capannello e chiacchiericcio. Anche qui
finalmente le campane suonano a festa. Tutti a Messa, dunque.
E speriamo che la predica non sia troppo lunga.
Guido Migliavacca
(Questo articolo è stato tratto dal N° 39 del 18/11/04
del settimanale "La Trebbia")
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