Il fiore dei rimpianti nasce sempre nei
momenti ritrovati, è fiore
senza tempo dal colore vivo e dal profumo inebriante, è calamita
che t'imprigiona e non ti lascia via d'uscita.
Provi ad allungare i tuoi passi e tenti di rimuoverlo, tenti
di distrarre e lanciare la mente verso altri lidi ma testardo
ed impenitente, il fiore ti rode l'anima ed il cuore non
può fare a meno di sussultare.
Il Terenzone, osservatore attento e privilegiato di Alpe
e Varni, s'impone, oggi come allora, come una vedetta tra
le due frazioni, quando i due paesi pullulavano di abitanti
figli della guerra e della miseria, sorridenti seppur ignari
del benessere che sarebbe arrivato, figli che avrebbero
percorso sentieri duri e faticosi per arrivare, trascinati
dall'onda lunga del progresso, verso la meta della grande
città.
Nasce in questi due presepi abbarbicati sui monti, che si
guardano fissi negli occhi come due innamorati e sotto
la regia attenta e sorniona del torrente amico, la storia
di Anita e Luigi, Nito per tutti: Alpese Lui, Varnese Lei.
Nita e Nito, pare uno scioglilingua ma è solo
e sempre un sussulto al cuore, un binomio fatto di solidarietà continua
e di genio innato, un tandem che non si può scordare
per quanto hanno dato a tutti fino all'ultimo giorno.
Il rimpianto nasce dalle parole non dette, dai pensieri meravigliosi
nati e poche volte platealmente manifestati, dal grazie,
che, con tutto il cuore, mi sento di gridare oggi e che forse
nel tempo non sono riuscito sempre a esprimere.
Parlo di me, sentendo di coagulare nelle mie parole
il pensiero di molti conterranei, narro di me che devo il
trapianto nella città di mare al loro amore ed al
coraggio, che hanno saputo infondere a chi di coraggio, per
sua indole, non ne era in possesso in misura adeguata,
racconto di me che ero passeggero privilegiato nella
bianca Fiat 750 che s'inerpicava lungo la S.S.45 attutendo
il distacco dalla terra natia, io che avevo l'onore ed il
piacere di gustarmi al loro fianco la prima televisione tutta
in bianco e nero, che, oggi come allora imperversava, con "La
Freccia Nera".
Proprio rivedendo in questi giorni una nuova edizione di
quel film degli anni '60 che vedeva la giovane Loretta Goggi
protagonista, ho sentito che era giusto zittire il silenzio,
parlo di me che mai ho trovato la porta chiusa, parlo perché mai mi sono sentito ai loro
occhi diverso da un secondo figlio, io che al solo esprimerlo,
il desiderio era già esaudito, parlo perchè non
posso e non voglio dimenticare, parlo perché mille
volte ho sognato di rubare l'innata maestria, tutta autodidatta,
dell'uso della fisarmonica al caro Nito, parlo perché ancora
osservo e contemplo due suoi quadri tutti in legno, figli
di tanto ingegno, che imperiosamente ed orgogliosamente,
conservo nella mia casa Valtrebbina, parlo con il cuore
pensando che la felicità era tutta in quella piccola
utilitaria che ci riportava nei fine settimana nella nostra
terra, alla stregua di reduci vittoriosi e sopravvissuti.
Parlo dei miei ricordi e delle mie sensazioni, perché desidero
parlare di loro, di quello che sono stati per tutti, ne parlo
perché i ricordi vivono oltre il tempo.
La loro casa, il gusto, la maestria, l'amore messo in
ogni gesto quotidiano, l'attenzione ai problemi degli
altri, posso sinceramente dire che, in ogni gesto, di
questo binomio che conservava nel tempo le antiche ed originali
cadenze tutte Alpesi e Varnesi, c'era amore ed attenzione
per tutto quello che era vita intorno a loro.
Mi piace ricordali, Lui finto-brontolone, ingegnoso, sensibile
e dolce come il miele, Lei specchio perenne della solidarietà,
mi piace ricordare che ci sono stati ed ancora vivono nei
nostri cuori.
Il dolce fiore dei rimpianti sboccia ogni qualvolta
il suono di una fisarmonica serpeggia nell'aria, ogni qualvolta
cammino per le vie del paese tanto amato e rivedo quella
casa fatta con cuore, gusto e passione, quella casa al centro
del paese che è stata il centro della vita di tutti
noi, quella abitazione dalle porte sempre aperte e dai colori
pieni di luce e di vita.
Il fiore dei rimpianti è giusto nasca, si coltivi
e venga preservato, perché è senza età e
senza tempo; quando le cose e le persone lasciano traccia
del loro passaggio in questa vita terrena, meritano che il
fiore chiamato ricordo, rallegri e fortifichi chi è stato
loro testimone e di loro faccia buona testimonianza, perchè non
sarebbe giusto e neppure possibile dimenticare.
Con infinita dolcezza ed indelebile nostalgia, certo di farmi
interprete di un sentimento comune a chi ha li ha conosciuti.
Un cordiale saluto a tutti.
Giampiero Zanardi
(Questo articolo è stato tratto dal N° 43 del 21/12/06
del settimanale "La Trebbia")
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