Nella metà degli anni sessanta,
in una calda giornata d'estate, sui monti di Alpe, un bambino
di sette anni faceva compagnia al padre, che inforcando con
gran maestria la falce, tagliava l'erba consumando senza sosta
l'antico rito estivo del contadino.
L'uomo a cadenze temporali che sembravano regolate dal miglior
orologio svizzero tanto erano precise e scandite, batteva
il martello sulla lama dell'arnese per renderla sempre tagliente,
il bambino, senza distrarre mai la sua attenzione scopiazzava
l'arte paterna nella speranza di non scordare mai nel tempo
a venire ogni piccolo dettaglio, ogni piccolo movimento di
quelle cicliche operazioni che ai suoi occhi avevano qualcosa
di magico, grande e maestoso.
L'erba tagliata a filo del terreno è la chioma rasata
secondo i dettami dell'ultima moda, l'erba falciata è
un profumo griffato, unico e speciale che ti entra nella pelle
e non puoi più mandar via, è la miglior polizza
per la vita degli animali durante il lungo inverno, è
l'inizio di un nuovo ciclo vitale per la natura.
Erano gli anni in cui gli abitanti dei nostri paesi sentirono
il richiamo della città, del suo promettente benessere
e della possibilità concreta di dare una svolta ad
una vita fatta, fino a quel momento, solo di tanta, tanta
fatica e di pochi risultati.
Erano gli anni in cui tutto quello che aveva profumo cittadino
prometteva scintille, erano gli anni che lasciavano intravedere
le prime vacche grasse e il lavoro certo e ben remunerato,
gli anni dell'America a portata di mano senza la necessità
di attraversare alcun oceano.
Da quel flusso, dolce e amaro, voluto o sopportato, verso
Genova e il suo mare, la nostra Valle ha saputo trovare nuova
linfa, e, come per miracolo, con il frutto dei grandi sacrifici,
i Valtrebbini hanno ridato nuova vita alle loro antiche dimore
e hanno consumato anch'essi come tutti i cittadini del mondo,
seppur a piccoli passi, tutti i gradini del benessere. Quel
bambino dopo quell'estate sui monti con l'amato padre, ha
seguito in sua compagnia la strada tracciata dalla madre che
già stava sperimentando la nuova vita nella grande
città, quel bambino che ora ha tagliato il traguardo
dei secondi anta ricorda ancora quei giorni con tanta ed immutata
nostalgia.
L'antico padre che ora riposa nel silenzio della nostra amata
terra continuerà a respirare il profumo dell'erba tagliata,
e lui, come tanti nostri cari conterranei che vivono il lungo
sonno, avrà certamente dato la sua disponibilità
al Signore per "segare" l'erba del Paradiso nei
cieli. Anche nell'alto dei cieli, nel più bel giardino
dell'universo, l'arte imparata potrà dare i suoi frutti
e messa al servizio di Dio servirà a rendere ancora
più bella e maestosa la meritata pace eterna.
Nella metà degli anni sessanta, sui monti di Alpe un
uomo e un bambino si riposavano sotto l'ombra di un grande
faggio dopo aver falciato erba per molte ore, erano mesti
e si scrutavano silenziosi con gli occhi pieni di mille interrogativi
perché sapevano entrambi che presto avrebbero lasciato
quei monti per lanciarsi nell'avventura della grande città.
Le forchette suonavano una musica malinconica, mentre punzecchiavano
l'antica gavetta di rame, l'uomo sapeva che per amore di quel
figlio il sacrificio doveva essere fatto, il bambino non capiva
e faceva mille domande senza avere mai risposte capaci di
soddisfarlo. "Ma papà, perché dobbiamo
lasciare Alpe? In fondo siamo ricchi anche così...
Anche qui, io e te abbiamo le nostre scatolette di carne Simmenthal
e mangiamo come i signori... Cosa ci manca?" Nessuna
parola uscì dalla bocca del padre, ma i suoi occhi
s'inumidirono di due grandi lacrimoni...
Forse è anche per questa favola vera che da quel giorno,
ogni volta che sento profumo d'erba tagliata o i miei occhi
incrociano una scatoletta di carne, il pensiero torna a mio
padre...
Forse è nato quel giorno e in quella località
chiamata "Turisciela", ormai inghiottita dalle frane
e dalla vegetazione, che costeggiava le sempre presenti "Tre
Fontane", la calamitosa passione per il profumo dell'erba
di casa mia...
Giampiero Zanardi
(Questo articolo è stato tratto dal N° 23 del 19/06/08
del settimanale "La Trebbia")
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