Il maggiociondolo,
utilizzato per fare le spine delle botti e i pali della vigna, è diventato,
assieme al rovere, con i secoli, un intenditore di vini; ma, a
differenza degli uomini, l’alcol non riesce a distruggerlo.
(…)
Il tronco del “Maggio” non è mai diritto né grosso
ma si piega e vive di stenti, contento del poco di cui dispone.
Da lui il vecchio ricavava le “cavezze” per le capre e le mucche.
Per chi non lo sa le “cavezze” sono cerchi in legno, oggi sostituiti
dal cuoio.
Ho imparato che, se volevo fare una cosa ad uso “tenero”, non la
potevo costruire con il maggiociondolo, buono per le cose resistenti, come i
denti dei rastrelli, che dovevano durare un’eternità e grattare
sui prati quel poco fieno di montagna, ispido e ricco di essenze benefiche.
Nella concretezza risiede la nobiltà del maggiociondolo. E’ come
l’amico fedele che rimane nell’ombra ma è pronto a intervenire
in caso di bisogno. Di lui ti puoi fidare. Disponibile al sacrificio, è un
legno speciale anche per la stufa, e produce un fuoco gagliardo, di un bianco
incandescente che riscalda l’anima prima ancora del corpo.
E’ generoso, e quando stai scivolando non si comporta come la muga traditrice,
ma ti sostiene e ti incoraggia. Non ha bisogno di affetti né li vuole.
Non dipende da nessuno e affronta la vita schivo e riservato. Non disprezza l’amore
ma neppure lo cerca. (…)
Confesso che voglio bene al maggiociondolo e mi sono affezionato, anche perché è un
albero che sa invecchiare senza il patetico bisogno dei cosmetici antirughe.
E’ sciocco cercare di mascherare il cammino degli anni. L’incedere
del tempo cambia il colore alla pelle del maggiociondolo e la abbrutisce, ma
lui non se ne rammarica.
Appena tagliato, all’interno è verde chiaro con stupende venature
gialle. Quando lo levighi ostenta un verde cupo con intense fiammature dorate.
Poi, dopo due o tre anni, passa al marron scuro, quasi nero, della vecchiaia.
Al termine della vita, il maggiociondolo, senza urlare, ma in dignitoso silenzio,
come l’ulivo, entra nel buio della terra e scompare.
(Brano tratto dal libro “Le voci del bosco” di Mauro Corona – Edizioni
Biblioteche dell’Immagine di Santarossa)
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