Il larice, re dei
costoni, per carattere e stile è l'opposto del noce. E'
presente nelle radure, ma può anche crescere solitario,
come una spina dolorosa nel fianco del monte. Ha un nome ossuto
e secco che ben lo rappresenta. Il suo colore interno, soprattutto
nella parte che esce dalla terra, è rosso sangue con fiammature
giallo ocra che lo accendono. Non cresce proprio perfetto, ma leggermente
curvo, e va su, molto in alto. E' il nostro amico, il fratello
maggiore. I montanari ne adoperavano i primi quattro metri perchè sono
più forti e duraturi. Con lui costruivano tetti, solai,
porte finestre, panche, botti. Tutte le nostre case sono state
costruite con il larice.
I vecchi cercavano quelli di maggior resistenza e, tolto l'alburno, ne adoperavano
solo la parte interna, la rossa, che è indistruttibile. Vi sono due qualità di
larice all'apparenza uguali ma in realtà un po' diverse tra loro.
Quella degli agiati, composta da piante cresciute su terreno grasso, con comodità e
benessere che le rendono leggermente più tenere e malleabili, e gli altri,
quelli che conquistano il diritto all'esistenza su terreni impervi e magri e,
da noi, vengono al mondo sulle coste di “Pradòn” e “Porgait”,
o appesi ai picchi del “Certèn”.
Erano questi i più ricercati perchè ogni loro centimetro di crescita è figlio
del sudore, della fatica di vivere, della stentata corsa agli alimenti.
Tenaci e riservati, nobili d'animo e forti di carattere erano i nostri naturali
alleati.
I paesi della valle sono fatti di sassi, anime e larici.
E' l'albero che veglia sul sonno degli uomini. Nella costruzione delle case lo
si impiegava per fare travi e solai, e proprio in virtù della sua
posizione, sotto ai soffitti nelle camere da letto, egli assisteva e spiava la
vita notturna della gente. (...)
Per renderli ancora più resistenti alla raspa del tempo, dopo averli tagliati,
sempre sul calar della luna, e squadrati, i travi venivano “passati” sopra
la fiamma di un fuoco di carpino.
La paura del fuoco, nemico mortale dei legni, e la sua carezza rovente, li faceva
ripiegare su se stessi, come a proteggersi dall'attacco. Le fibre si compattavano
ulteriormente e il trave bruciacchiato diventava di un colore nerastro come l'ebano
e, di colpo, invulnerabile. (...)
Oggi, per fortificare i legni, si usano vernici sintetiche; allora, la saggezza
del fare e del vivere utilizzava solo gli elementi primordiali: aria, terra,
acqua e fuoco. (...)
Il larice è un albero onesto, generoso, dal portamento ottocentesco. In
lui si sposano forma e sostanza.
Potresti affidargli, nella più completa tranquillità, i tuoi beni
con la certezza che verrebbero non solo conservati con scrupolo e attenzione
ma anche restituiti.
Non cerca tuttavia di imporsi e ti viene in aiuto solo su tua specifica richiesta.
La sua vita è lassù, in costa alla montagna, sentinella affettuosa
dei suoi fratelli uomini.
(Brano tratto dal libro “Le voci del bosco” di Mauro Corona – Edizioni
Biblioteche dell’Immagine di Santarossa)
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