Il faggio è la
folla, la massa, e la sua giornata è quella del lavoratore
laborioso. La fabbrica funziona perché ci sono faggi che
avvitano bulloni e svolgono lavori di manovalanza. Senza di loro
la catena di montaggio non andrebbe avanti. Nessuna società può vivere
e produrre solo con il riservato maggiociondolo, o con l’elegante
betulla, o con il duro ma fragile acero. Ci vogliono tanti faggi
che ogni mattina sono lì, a timbrare il cartellino. (…)
Dei faggi ho grande rispetto perché, da semplici operai, devono mantenere
la famiglia, pagare l’affitto, mandare i figli a scuola. Nella città del
bosco sono i manovali che impastano la malta, portano i mattoni e costruiscono
le case. (…)
Molti faggi sono anche permalosi e tentano in ogni modo di ribellarsi al loro
destino di uomini normali. Sognano ad occhi aperti e vorrebbero, ad esempio,
diventare una elegante scultura e appena fiutano che invece li adoperi per ricavarne
mestoli e cucchiai si chiudono in se stessi e diventano inattaccabili.
Allora devi prenderli e lavorarli subito, quando sono ancora ingenui, contare
sulla sorpresa e non dargli tempo di ragionare sul loro destino.
(Brano tratto dal libro “Le voci del bosco” di Mauro Corona – Edizioni
Biblioteche dell’Immagine di Santarossa)
|