Tito Livio racconta
che nell'anno 536, dalla fondazione di Roma (218 a. C), "Annibale,
in 15 giorni, attraversò il valico del Piccolo San Bernardino
con 46.000 armati, cavalli, carriaggi ed elefanti. Giungeva nella
pianura padana avendo ancora 26000 uomini. Incontrò i Romani
alla confluenza del Po con il Ticino e ottenne la sua prima vittoria.
Dopodiché giunse al fiume Po e da lì risalì
la Trebbia, lungo la valle che prende da essa il suo nome".
Benché avesse forze inferiori (30.000 uomini i Cartaginesi
che avevano arruolato fanti e cavalieri fra i Galli Boi, 36.000
i Romani), riuscì a manovrare elefanti e cavalleria in modo
da costringere i Romani alla fuga verso Sud.
A questo punto, diverse sono le opinioni degli storici. Per Livio,
Annibale si dispose a passare l'inverno nei pressi di Bologna e
solo nella primavera successiva si mise in marcia per raggiungere
l'odierna Toscana. Per altri (M. Lopes Pegna, Mons. Michele Tosi)
rimase sulle rive della Trebbia, non potendo attraversare gli Appennini
per l'inverno freddissimo che gli fece perdere quasi tutti gli elefanti
e, in primavera, tentò una strada attraverso la Liguria che
sboccava nel medio Valdarno Inferiore. Monete con l'effigie del
rampollo dei Barca pare siano state trovate nei pressi di Barchi
(non può sfuggire la somiglianza del toponimo) e in Val Borreca;
a Casanova di Rovegno ancora oggi si conserva in ottime condizioni
un ponte ad arco a tutto sesto, in pietra a secco di epoca romana,
detto ponte di Annibale e a noi Valtrebbini piace pensare che l'uomo
delle Alpi non si spaventò di fronte alle asperità
morfologiche della nostra valle.
La nostra fantasia, purtroppo, non collima con la visione dell'ANAS
di Bologna che considera Corte Brugnatella come estremo, ultimo
confine del territorio antropizzato. Ciò che sta oltre è
impensabile, intoccabile, impenetrabile, terra di mezzo dominata
dai demoni, giardino dell'eden sacrificato all'eterna virginale
incontaminata purezza, terminus ante quem, dove neppure il più
grande condottiero di tutti i tempi osò avventurarsi, per
il timore di essere colpito dalla maledizione del sacro anello.
Da Marsaglia a Ottone, vecchi muretti a secco, paracarri mai sostituiti
dalla costruzione del primo tracciato, mai modificato peraltro in
più di cinquant'anni. Finalmente a Gorreto il cartello recita:
compartimento ANAS della Liguria e, improvvisamene tutto cambia.
Guard-rail su due lati, muri di contenimento a monte ricoperti di
beole, corsie più larghe, almeno 5 gallerie da Pontetrebbia
a Genova.
Senza colpo ferire, come per incanto, siamo passati dall'epoca medievale
all'età contemporanea. Si sa, i Liguri sono un popolo di
combattenti; questa regione impervia ha messo a dura prova le abilità
e l'ingegno di uomini costretti a rubare il terreno alla costa pietrosa
per aprirsi un varco tra monti e mare. La loro intraprendenza ha
trasformato i voli pindarici della mente in costruzioni ardite.
Tra queste, nell'entroterra chiavarese, in Valgraveglia, una miniera
di manganese, ancora in funzione; oggi una parte di essa è
stata trasformata in museo e si può visitare.
La prima concessione risale al 1876 e, allora, vi lavoravano uomini
e donne. Gli uomini all'interno a scavare gallerie, le donne all'esterno
a pulire un minerale che è indispensabile al processo di
produzione dell'acciaio ed ha una durezza pari a 9.9 nella scala
di Moss.
Nei primi anni non esistevano perforatrici: le gallerie erano scavate
da un minatore che teneva tra le braccia una pesante punta d'acciaio
e un manovale la percuoteva con un altrettanto pesante martello.
Questi operai riuscivano ad avanzare, in dodici ore di lavoro di
appena 15 cm al giorno. Dopo qualche anno un semplice accorgimento
portò la squadra ad avanzare, in dodici ore di lavoro 30
cm al giorno. Con le perforatrici ad aria compressa e la dinamite
le cose cambiarono radicalmente portando l'avanzamento delle gallerie
ad un metro e più al giorno; in compenso l'enorme quantità
di polvere sollevata da queste macchine ebbe come conseguenza la
comparsa della silicosi. I minatori di Gambatesa non si dettero
per vinti e continuarono a scavare: lavorare in miniera voleva dire
un salario che permetteva ai figli di studiare e sperare in un futuro
migliore.
Finalmente un ingegnere aggiunse l'acqua alla punta delle perforatrici
e il problema della silicosi fu risolto. Da quella prima data sono
stati realizzati venticinque km di gallerie sovrapposte su 7 livelli
incrociati. E nella storia, un'altra storia che ha il sapore di
una favola. Nel 1962 i minatori arrivarono ad una faglia (una frattura)
che interrompeva la continuità della massa rocciosa. La direzione
della miniera stava pensando ad una prossima chiusura, quando un
tale Gianni Cafferata, allora capocantiere, osservando la montagna
all'esterno e la faglia all'interno, intuì il punto in cui
il diaspro rosso si sarebbe ripresentato insieme al manganese e
fece scavare ad una squadra di minatori 250 metri di galleria abusiva,
contro il parere del direttore.
Oggi il manganese trovato dal sorvegliante Cafferata ha lasciato
un vuoto lungo 240 metri e spesso 45: Gambatesa negli anni sessanta
e nei primi anni settanta raggiunse le 50.000 tonnellate annue di
produzione. La visita a questa miniera è "un'esperienza
solenne, attraverso un mondo a rovescio di gallerie, rimonte, fornelli,
fino all'enorme vuoto di coltivazione della più grande lente
di manganese mai trovata in Europa". Ciò che si presenta
agli occhi del visitatore non è solo un insieme di cunicoli;
è molto di più: è volontà caparbia,
è pazienza infinita, è sopportazione del duro lavoro,
è tenerezza, è amore per la propria terra, per la
propria famiglia. E' la Storia, quella con la S maiuscola di un'intera
umanità che mai vuole arrendersi e mai vuole smettere di
sperare.
Dal giorno in cui ho visitato questo luogo, quando percorro la mia
valle, così bella e selvaggia, dagli infiniti colori del
suo fiume, sogno, accanto alla vecchia statale panoramica, una strada
come le gallerie di Gambatesa: una strada che c'è, ma non
si vede, che percorra il ventre della montagna, e che mi porti a
Ottone, a Fontanigorda, alla città di Genova in un batter
d'ali. Cominciando a scavare 60 cm di roccia il giorno (30 da una
parte e 30 dall'altra), è possibile che in centocinquant'anni
si arrivi anche noi a 22 chilometri; sì, perché Genova,
oggi capitale della cultura, rappresenta più di interesse
per la nostra città e chissà che un giorno non possa
svelare per noi anche un piccolo tesoro.
Marina Biggi
(Questo articolo è stato tratto dal numero29 del 05/08/04
de “La Trebbia” ) |