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Viaggio nel paese più piccolo della Liguria
Sfogli «Storie d'Italia» (Incontri Editrice) di Riccardo Finelli, fresco di stampa. Un viaggio nei venti comuni più piccoli della Penisola, un viaggio contro il tempo e negli archetipi. Te ne basta uno per flashare il come eravamo. Basta Rondanina, il più piccolo della Liguria, alta Val Trebbia e pieno Parco dell'Antola: 82 anime per 12 chilometri quadrati. Quota mille, freddo da novembre ad aprile, è la «terra di macigni/ terra di gente sassosa/ terra dove la rosa/si dice non alligni/ (e dove solo la poiana/ si alza. Ma così lontana!)» di Giorgio Caproni. Senza avvertire per scoprirla reale, prima del vestito della festa che qui ha ancora un senso. Passi per Montebruno, i boschi umidi e dorati, i profili dei crinali, l'abisso in bilico a salire, e le cataste di legna a segnare la vita. Rondanina che spunta dalle nebbie e tu che prendi per il campanile. La piazza della Chiesa e di lato il Municipio, spirito e carte. Una sola impiegata comunale che si dà il cambio con il sindaco Arnaldo Mangini, che all'occorrenza trasporta gli anziani e cambia le lampadine nel cimitero.
Ti presenti, lei ha da fare col tecnico, che internet c'è e non c'è, ma Dedo c'è, l'ha visto passare prima, lui sì che può aiutarti, magari mostrandoti il Museo della Flora e della Fauna dell'Antola, il rifugio al piano di sopra e la chiesa d'impianto medievale. Molla il tecnico e tu dietro lei a cercare Dedo, che Rondanina in questa bruma metafisica è un distillato di malinconia. Lo Stradone deserto, il Fontanino che butta acqua a cullare i silenzi, ruderi in ristrutturazione, e qualche camino che fuma. Prendi per la trattoria «Gino» che a farla marciare c'è la giovane Valentina. Le trovi qui le anime del paese e Dedo prima o poi arriva. Il caldo ti scioglie le ossa, panoramica lenta, uno due tre quattro uomini al tavolo. «Siamo quasi tutti qui». È serafico Fraguglia Virgilio di Caffarena, 77 anni, contadino da sempre. «Prima avevo anche le vacche e quelli della centrale venivano a ritirare il latte. Ormai non viene più nessuno». Tutti pensionati. E cacciatori. Virgilio conta 59 licenze di caccia, «alla lepre, però. Mi piace andare per boschi, in silenzio, mica in batteria con i cinghiali». Arrigo Ghillino è di Propata, ma raggiungere gli amici da Gino è un rito. Contadino e poi tranviere a Genova, adesso in pensione, «sto bene qui» insiste. Sembra così naturale «stare bene» in questo nido arroccato, dove i suoi vecchi hanno lo stesso andamento lento e attaccano il Parco: «È un danno per la gente. Ci hanno messo i lupi a mangiare le bestie, un tempo scavavamo le buche per ammazzarli». Colpa dei daini, «guai a toccarli, saltano giù e si tolgono la fame con i frutti degli orti. Hanno cominciato con gli quelli di Giovanni e questo è il progresso. Mentre i danni provocati dai daini li pagano con i tesserini dei cacciatori». Luigi Cresci, papà di Valentina e titolare della trattoria, tenuta da cacciatore in relax («la mia squadra ha fatto fuori 117 cinghiali») scuote la testa. Ecco Dedo, al secolo Rainero Armellini: «Se vuole visitare il Museo…».
Molli il trio che promette di aspettarti per il pranzo e giù dietro a Dedo. Giro in chiesa e sacrestia: apre l'armadio, dentro c'è la statua di San Bartolomeo «c'è l'abitudine a tenerlo qua dentro, lo tirano fuori nelle feste comandate». Il campanile svetta, «gli operai continuavano ad alzarlo perché avevano vitto e alloggio gratis. Fu il prete di allora a dire basta che mica poteva mantenerli ancora». Poi il Museo ricavato nella canonica: «Dobbiamo ringraziare l'assessore Luigi Mussio che si è adoperato per allestirlo». Uno spaccato della vita del Parco e la memoria storica fotografata e trascritta. C'è il pluviometro del 1933, «mio nonno era l'addetto». Poi la biblioteca, il segno tenace di una vita che non molla e il senso d'una tavola imbandita ogni giorno come se tutti ci fossero comunque. Sopra, il rifugio capace di accogliere dieci e più ospiti, e riscaldamento a richiesta. Dedo è il volontario che cura il complesso. Ha vissuto per oltre vent'anni a Bologna, lavorava nel ristorante dei comici Gigi e Andrea. Pensionato, torna a Rondanina nella casa del nonno, comprata con i risparmi d'emigrante in America. Gli chiedi di farti la conta di chi ormai ci vive: «Dunque: Aldo Casazza con il papà che ha 96 anni, Mario, anche lui 96, che è in riabilitazione, ma torna. Gino Colombo, 70 anni, Lina Scrivani, 80 anni, in riabilitazione a Nervi e torna anche lei. Poi Luigi Cresci, la moglie e i figli: Valentina che tira avanti la trattoria, mamma di due ragazzi, e suo fratello Emilio che ha un bimbo di 11 mesi, l'ultimo nato, la speranza di Rondanina».
Geo&Geo ha dedicato un servizio sulla longevità, 85 anni di media, dei suoi abitanti: «Aria buona, cibi sani e vita tranquilla» e non scherza il sindaco-volontario, che ti conferma gli 82 residenti all'anagrafe, anche se poi «effettivi» sono 13. «Ci siamo inventati di tutto per rivitalizzare il paese, ma con un bilancio di 136.000 euro non è che vai lontano». Resta il problema della viabilità, e poi c'è il Parco, «che non darà occupazione, ma gestisce bene il territorio. Stiamo puntandoci, e parlo del rifugio dell'Antola già operativo, dell'Osservatorio Urania e dell'ipotesi di rendere il bacino del Brugneto navigabile, con annessi foresteria e museo». Perché in estate Rondanina fa 400 abitanti, famiglie di ritorno e radici dure a spezzare. Mangini è uno di quelli che abita a Genova e fa il sindaco pendolare a Rondanina. Perché i fantasmi restino altrove. Anche lui sale alla trattoria di Gino, c'è tutto il paese, mancano solo i figli di Valentina che sono a scuola. I piatti colmi, i lacci stretti, senza fretta. Da libri di Guccini e Macchiavello, con quel bisogno di contarsi e ritrovarsi, per non smarrirsi.

Maria Vittoria Cascino

(Questo articolo è stato tratto da Il Giornale del 30/11/07)