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Deportato russo in Italia,
fuggiva dal campo di concentramento tedesco ove era internato
per raggiungere le formazioni partigiane cui l’univa
l’istessa fede nei pricipi di libertà. Combattente
esemplare per disciplina e per ardimento, il 2 febbraio 1945,
a Cantalupo (AL), durante un attacco in forze del nemico
si portava, consapevole, ma incurante del certo sacrificio
della sua vita, con una pattuglia da lui comandata, a tergo
del grosso della formazione avversaria, aprendo di sorpresa
il fuoco ed intimando a viva voce la resa. Il nemico, sotto
l’imprevisto e temerario attacco, si sbandava arrendendosi.
Nell’epico episodio che costò al nemico molte
perdite e molti prigionieri e che capovolse le sorti della
giornata cadde da valoroso per l’ideale della libertà dei
popoli.
E' stato decorato alla memoria di medaglia d'0ro al V.M. ed è dal
giorno della Vittoria, onorato in patria quale eroe dell'Unione
Sovietica. La sua tomba si trova nel cimitero monumentale di
Staglieno (Genova) nel Campo perenne dei Caduti della Libertà ed è sempre
onorata dai marinai russi che sbarcano nel porto di Genova.
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Il due febbraio al mattino arriva da Pertuso una staffetta del distaccamento "Villa" che
ci porta il seguente biglietto: Alle otto di stamattina siamo stati
attaccati al ponte di Pertuso da un centinaio di tedeschi e mongoli.
Abbiamo reagito uccidendone 5 e ferendone 3, che sono stati portati
via dai loro compagni. Jack, Tigre,Toscano ed io ci consultammo sul
da fare e decidemmo di accerchiare il paese. Falco con Ramis ed un
gruppo di una diecina di uomini si recò a prendere collegamento
col distaccamento "Villa", Tigre con quindici uomini si
appostò in alto sopra Cantalupo ed io con dieci uomini mi
fermai sulla strada per bloccarla. Verso mezzogiorno, quando avevamo
completato i nostri movimenti, la colonna dei tedeschi lasciò Cantalupo
in file compatte per dirigersi verso Cabella.
Nascosti dietro ad un muretto sulla strada, con dieci uomini e con due mitragliatori
attendevamo l'urto. Raccomandai agli uomini di non sparare senza ordine. I mongoli
avanzavano in fila per cinque sulla strada. A duecento metri si distinguevano
già i loro visi rotondi e giallastri e le loro maschingewhcr.
Quando furono a centocinquanta metri da noi, ordinai il fuoco. I due mitragliatori
e i nostri stens e fucili cominciarono a sparare. In un attimo i mongoli si erano
dispersi, cacciandosi caricati sulla neve ai due lati della strada, mentre qualche
ferito si trascinava sulla neve.
Dopo un po', il fuoco si rallentò, da parte nostra, per non sprecare munizioni,
poiché i mongoli erano quasi invisibili nelle loro buche scavate nella
neve. Appena saspendevamo il fuoco i mongoli cominciavano ad indietreggiare a
gruppetti, facendo qualche passo e poi buttandosi nella neve.
Ogni volta che uno si alzava per scappare una nostra raffica lo salutava. Con
noi vi erano alcuni russi, che gridavano con tutta la la loro voce ai mongoli
e ai tedeschi di arrendersi. Anche noi italiani ci mettemmo a gridare. lntanto
i mongoli cercavano di indietreggiare in massa.
Allora stimai opportuno contrattaccare. Ci dividemmo in due gruppi e cominciammo
ad avanzare cautamente, gli uni sopra la strada, gli altri sotto. Mentre un gruppo
avanzava, l'altro sparava in modo da impedire ai mongoli di reagire.
Ci avvicinammo così a cinquanta metri dai nemici, sempre sparando e coricati
nella neve.
Il combattimento però continuava accanito, e sarebbe durato probabilmente
fino all’esaurimento delle nostre munizioni, il nemico ben armato resisteva,
occorreva capovolgere la situazione a nostro favore.
Ad un certo momento Fiodor, un russo che era con me, urlando in lingua Russa
(lingua che comprendevano i cosìdetti mongoli [n.d.r.]) si slanciò avanti
col suo sten ormai quasi scarico fino a pochi metri dai mongoli, terrorizzandoli
sia per l’audacia della sua repentina azione come per la sua figura gigantesca
che troneggiò sul nemico.
Molti alzarono le mani mentre l’eroico Partigiano Sovietico Fjodor, colpito
al cuore, cadeva morto.
Un primo gruppo dì trenta fu subito disarmato. Venivano di corsa verso
dì noi con le mani alzate e coi visi terrorizzati. Intanto ai nostri segnali,
i nostri cominciavano a scendere guidati da Ramis, da Tigre, da Jack. Toscano
nel fiume inseguiva qualche fuggiasco. Un gruppo di mongoli si era rifugiato
in una casa che fu ben presta assediata da Tigre. Noi ci lanciammo avanti verso
Cantalupo dove un gruppo resisteva. Sei di questi furono falciati dalle nostre
raffiche unite a quelle di Ramis, Michele, Leonzio e Condor. Di corsa ci mettemmo
ad inseguire alcuni fuggiaschi che si dirigevano verso Pertuso.
Traversammo Cantalupo a gran velocità mentre la popolazione, che aveva
seguito il combattimento dalle finestre, ci applaudiva al nostro passaggio. Di
corsa arrivammo fino a Pertuso sparando sui fuggitivi e incontrammo Jack che
era già sceso catturando una diecina di mongoli.
In pochi minuti il combattimento era finito: quarantasei prigionieri tra cui
due marescialli, dodici morti nemici ed i cinque feriti del mattino erano il
bilancio della nostra vittoria.
Fjodor giaceva, ormai ghiacciato, nella neve rossa del suo sacrificio.
La vittoria di Cantalupo portò il nostro morale alle stelle. La stima
della popolazione ed il timore del nemico aumentò grandemente. Il tenente
tedesco che era riuscito a fuggire ferito con quattro uomini da Cantalupo, raccontava
a Borghetto di essere stato attaccato da mille partigiani, mentre noi non eravamo
che sessantacinque nel combattimento.
Dall’interrogatorio dei prigionieri veniamo a sapere che erano diretti
a Carrega per catturare il comando di zona e le missioni alleate.
Dal " Ponte rotto ". Ediz. del Partigiano. Genova, 1946 ( pag. 195-197
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