Tutti, almeno una volta, abbiamo visto un
vecchio contadino scrutare il tramonto con aria pensosa, borbottando
profeticamente: "Cielo a pecorelle, acqua a catinelle";
la notte, puntuale all'appuntamento, veniva l'acquazzone e,
la mattina dopo, guardando dai vetri rigati di pioggia la campagna
malinconica, pensando al vecchietto, lo abbiamo mandato a quel
paese per la gita andata a monte, attribuendogli, nel nostro
irrazionale rancore, la colpa della pioggia. Ma, una volta placata
la delusione, una riflessione sorgeva spontanea: "Anche
questa volta il proverbio aveva ragione".
Nelle semplici strofette, nelle rime, spesso zoppicanti, dei
proverbi sono racchiusi previsioni metereologiche, sentenze
morali, rimedi di medicina pratica, frutto dello spirito di
osservazione e del buon senso di molte generazioni. Per la gente
della campagna c'è un proverbio per ogni stagione, per
ogni lavoro dei campi e l'autunno, tempo di raccolti, di vendemmie
e di semine è, per così dire, accompagnato nel
suo cammino, dagli ultimi caldi alla prima neve, da una nutrita
schiera di detti popolari.
All'apparire delle prime foglie rosse sui rami e della prima
brina nei prati, storni e tordi iniziano la migrazione, per
la gioia dei cacciatori:
| A San Micchè
e oxellée son in pè; |
la pioggia, se non è ancora caduta,
i ciuvussi a San
Micchè
se no vegnan avanti vegnan inderrè |
è nell'aria sempre più frizzante, che invita ad
indossare il giaccone di fustagno o la vecchia cacciatora
a San Micchè
e strasse san d'amè, |
ed ad affrettare l'ultimo lavoro dei campi, la semina del grano,
che
o mollo o bagnou
pe San Luca bisogna aveilo seminou |
Ai primi di Novembre le giornate corte, la nebbia umida dei campi,
invitano ad uscire sempre meno e comunque bene imbottiti
ai Santi
vesti i fanti,
a San Martin
grandi e piccin |
e a godere il calore delle stufe, celebrando lo stomaco con piatti
ricchi di calorie
ai morti, bacilli
e stocchefisce
no gh'è casa che no i condisce |
e con le prime "rostie"
Viva viva la castagna
frutto sano e saporito
che da tutti è preferito
come il re della montagna |
Sì, la castagna, la regina dell'economia del nostro Appennino,
fino agli inizi del secolo, trova ampie citazioni nei proverbi
e nelle filastrocche popolari:
i pesci a-o ma,
l'euio pe tutto,
i cetroin a-o so,
e a castagna pe' a montagna |
Con quanta cura i valligiani seguono il ciclo del frutto, dalle
prime gemme allo schiudersi dei ricci:
Dove maggio non
copre, ottobre non coglie.
Il caldo di settembre toglie e non rende.
La nebbia d'ottobre ingrossa le castagne. |
Poi i primi tonfi nei boschi e
a San Micchè
trae castagne pe-o sentè |
si possono già raccogliere.
E, dopo la raccolta, di nuovo tutti in casa a godere il tepore
della stufa, senza lasciarci ingannare se, d'improvviso, l'aria
torna mite e il sole riesce a forare le nubi; è un fenomeno
passeggiero, che
a stae de San
Martin
a dua trei dì e un stissin |
per lasciare di nuovo il campo alla pioggia, alla nebbia e alla
prima neve. Il termometro scende sempre più in basso, finchè
a Sant'Andria
o freido o sciappa a pria |
Ma è freddo buono, che serve ai campi
o freido avanti
zenà
no gh'è dinè pe poeilo pagà |
la neve copre i campi, il ciclo dell'autunno
è terminato, la natura collabora con l'uomo, nel riposo
invernale: "Sotto la neve è il pane".
Oggi le stufe sono spente , le case chiuse, i villigiani scesi
in città; nei boschi, le castagne luccicano sul muschio
bagnato, senza che nessuno più le raccolga. A ricordare
generazioni di stenti e di fatiche; restano solo i proverbi,
saggezza semplice, di semplici montanari.